Parrocchia N.S. de La Salette

OLBIA

CARITAS Parrocchiale

LITURGIA DEL GIORNO

Omelia di Mons. Corrado Melis a La Salette- Olbia

IV Domenica di Quaresima -30 marzo 2025

 

La parabola, che non è mai un racconto innocuo, punta a proclamare una verità scomoda e a far sì che chi ascolta possa non solo conoscere o riconoscere la verità ma anche accoglierla.

Quella di oggi nel Vangelo è stata chiamata "il cuore del Vangelo", "il Vangelo nel Vangelo".

Il suo scopo? Cambiare radicalmente la nostra visione di Dio.

Gesù sarà condannato proprio per aver rivelato un volto di Dio che nessuno aveva mai osato immaginare.

Di fronte a una pagina così conosciuta è facile per me e per voi scadere nella retorica. Voglio invitare: lasciamoci guidare dalla Parola di Dio per scorgere la luce che il Signore vuole donare a ciascuno di noi.

Gesù con questa parabola desidera raccontarci il cuore di Dio. Ripercorriamo il ritratto del cuore di Dio che Gesù ci presenta, attraverso tre icone.

La prima icona riguarda il desiderio di libertà e autonomia che il figlio più giovane sente emergere con molta forza.

È il desiderio che ciascuno di noi si porta dentro.

È difficile dipendere da qualcuno e come figli possiamo sentire spesso dentro di noi l'esigenza di camminare con le nostre gambe.

Quante volte, anche nel nostro rapporto con Dio, siamo convinti di voler camminare esclusivamente con le nostre gambe?

Quante volte preferiamo fare di testa nostra senza fare spazio al confronto?

Questo figlio giovane ci permette oggi di prendere seriamente in considerazione che desideriamo essere liberi e soprattutto scoprire in cosa consista davvero questa libertà.

All'interno di questa icona, il padre si dimostra aperto alla richiesta del figlio. Gli permette di osare. Il nostro è un Dio che ci consente di osare, di sperimentare. Non è facile capire cosa si muova all'interno del nostro cuore e un padre sa che il figlio deve fare tanta strada per riuscire a scorgere la grandezza alla quale è chiamato.

 

La seconda icona ci presenta un'azione che il figlio più giovane compie: ‹‹allora ritornò in sé›› (Lc 15,1-6).

In questa frase viene sintetizzato il luogo in cui Dio comunica con noi.

Spesso a noi sfugge la dimensione dell'interiorità e della preghiera, che ci consente di riscoprire i movimenti della nostra anima.

Spesso come figli, anche nei confronti di Dio, diamo tutto per scontato e non ci fermiamo mai a fare mente locale per assaporare il privilegio di essere e sentirci figli.

Il vangelo ci invita oggi a ritornare in noi stessi, per chiederci dove il nostro cuore davvero si sente a casa.

Ritornare in noi stessi è una prerogativa per poter sperimentare il calore di un Dio che non vuole condannare o metterci sotto esame, ma un Dio che vuole farci sperimentare la bellezza di essere figli amati, come rivela a Gesù nel battesimo.

 

La terza icona ci parla del padre. Il padre (della parabola personaggio controcorrente, sconvolgente) lo scopriamo in cinque verbi da gustare al rallentatore.

«Lo vide»: il figlio ha ancora la testa bassa per la vergogna ma non importa, il padre già lo vede. Gli occhi di Dio cercano, piangono.

«Ebbe compassione»: Dio accarezza, consola, nutre, incoraggia.

«Gli corse incontro»: l'amore ha fretta di abbracciare l'amato. Il padre non bada alla formalità, e corre perché non vede l'ora di accorciare la distanza che lo separa da suo figlio.

«Gli si gettò al collo»: non si appoggia, si getta, sa che l'uomo ha bisogno di coccole, di qualcuno che lo abbracci, che lo stringa e gli dica "ti voglio bene".

«Lo baciò»: abbracciare è già molto ma baciare è di più. Dio punta in alto anche nelle affettuosità. Dio bacia l'uomo perché il bacio esprime tutto l'amore possibile.

Ecco chi è Dio, un padre che ama la libertà del figlio, la provoca, la attende.

Non lo lascia arrivare ma gli corre incontro, perché ha fretta di abbracciarlo.

Per Dio smarrire anche un solo figlio è una perdita infinita, non ha figli da perdere, Dio.

E' un padre che non rinfaccia, ma abbraccia; non sa che farsene delle nostre scuse, perché il suo sguardo non vede il peccato del figlio, guarda oltre. Nessun rimprovero, nessun rimpianto, nessun rimorso: è tempo di festa! Bisogna reintegrarlo in tutta la sua dignità: «Mettetegli l'anello al dito!».

C'è da impallidire davanti a un Dio così. Arrivati a questo punto è fondamentale domandarti: è questo il Dio in cui credi?

 

Un’ultima considerazione nella parabola non si dice come si conclude questa storia. Credo per due motivi: perché Dio lascia sempre la libertà di entrare nel suo amore o di rimanere nei propri atteggiamenti. Secondo: perché la parabola sta a noi viverla... Noi come la facciamo concludere? Ci lasciamo perdonare e abbracciare, riconciliare dal cuore del padre? Riusciamo a vivere una vera fraternità, un'accoglienza sincera e felice, entrando nella festa “del figlio che era perduto ed è stato ritrovato, che era morto ed è tornato in vita?” Il Signore ci manda sempre aiuti e segnali per comprendere perché e come tornare. Dobbiamo solo essere attenti...